Molto rumore per nulla, almeno si spera. Gli elettori ticinesi si sono legittimamente espressi per il sì sull’altrettanto legittimo quesito referendario sintetizzato nello slogan “prima i nostri”. Un esito che per i frontalieri non cambia nulla nell’immediato ma che secondo alcuni apre a discriminazioni verso i lavoratori italiani in futuro.frontalieri

Come sottolineato da più parti, però, il voto referendario espresso dai ticinesi non può in alcun modo mandare in soffitta gli accordi tra Confederazione Elvetica, Unione Europea e Stato Italiano (ricordo peraltro anche la mozione a tutela dei lavoratori oltreconfine approvata lo scorso 11 febbraio alla Camera). Non è un caso, dunque, che, a dispetto dell’entusiasmo manifestato per il voto dai conservatori elvetici, Berna si stia mostrando piuttosto prudente sull’argomento, stante, fra l’altro, la difficile conciliazione tra la volontà emersa dal referendum e le leggi federali.

 

C’è allora da interrogarsi sulla concretezza dell’intera iniziativa, sul suo effettivo peso politico e sul contesto nel quale tutto ciò è maturato. Intanto occorre rilevare che la vittoria del sì è stata netta ma anche che ha votato meno del 45 per cento degli aventi diritto. In secondo luogo bisogna ragionare sul tema dell’occupazione nelle zone interessate (impediamo agli stranieri, cioè agli italiani, di togliere lavoro alla gente del posto, questo in sintesi il principio sostenuto dai fautori del sì). Ebbene, la disoccupazione in Ticino si attesta su un modestissimo 3,1%, tasso lievemente inferiore alla media nazionale. Se i timori sul cosiddetto dumping salariale posso avere una qualche ragion d’essere, dunque, quelli sull’incremento della disoccupazione determinato dai frontalieri, allo stato, non hanno fondamento.

A questo punto sorgono 2 domande. La prima: perché tanti sì a un referendum che tradisce una visione falsata della realtà e che difficilmente potrà avere ricadute pratiche significative? Probabilmente i motivi vanno ricercati in un clima segnato da incertezze e paure, abilmente sfruttato da alcune realtà politiche, in Svizzera come altrove (peraltro anche alle nostre latitudini da qualche tempo si parla di referendum locali i cui esiti sarebbero ben difficili da mettere in pratica). Vanno poi ricordati, come riportano diverse cronache, i rapporti a tratti difficili tra Berna e Canton Ticino.

La seconda domanda riguarda invece i frontalieri italiani: perché lavorano in Svizzera? La risposta è perfino banale. Per ragioni economiche, certo, ma anche perché per preparazione e professionalità sono stati giudicati positivamente dalle imprese elvetiche, che anche grazie a loro hanno prodotto e producono ricchezza. Siamo lontani anni luce da un frontalierato esclusivamente dedito alla bassa manovalanza: parliamo di persone che spesso hanno una formazione solida, maturata nelle scuole e nelle università italiane.

L’attenzione della politica e dell’opinione pubblica, a questo punto, più che sui possibili effetti del referendum, che andranno comunque tenuti d’occhio, dovrebbe spostarsi sul clima pesante che questi lavoratori vivono da anni. “Prima i nostri” è uno slogan che piace anche al di qua del confine ma, partendo da una lettura forzata della realtà, tende a fare dimenticare che oggi una collaborazione ben regolata è necessaria e utile. Al di là della sorveglianza che le istituzioni dovranno esercitare su questi temi (senza la libera circolazione delle persone i rapporti tra la Svizzera e l’Ue sono a rischio, queste le parole del ministro degli Esteri Gentiloni)  e delle misure che andranno eventualmente prese , la sfida di una politica responsabile sarà anche di ordine culturale: sconfiggere una retorica della chiusura che appaga determinati istinti ma non offre soluzioni realmente efficaci.