Innanzitutto ringrazio Assilea per l’invito a partecipare a questo momento di confronto e, più in generale, per il fatto stesso di avere organizzato un’occasione di aggiornamento. Credo infatti che sia indispensabile per tutti gli attori, e sono tanti, interessati alla quarta rivoluzione industriale potersi trovare per analizzare il tema da diversi punti di vista. E’, insomma, incontrandoci e discutendo che approfondiamo la conoscenza di una argomento quanto mai complesso e sfaccettato.
Il mio punto di vista è quello di un componente della Commissione Attività Produttive della Camera che ha seguito passo passo l’indagine conoscitiva sull’Industria 4.0, poi confluita nel cosiddetto Piano Calenda. Sono documenti che tengono conto del tessuto imprenditoriale italiano, come noto composto per la stragrande maggioranza da Piccole e Medie Imprese. Fin dall’indagine conoscitiva, infatti, è emersa la necessità di una via italiana alla quarta rivoluzione industriale, Assileamentre sarebbe deleteria l’importazione di altri modelli, come quello tedesco.
Il tema su cui riflettere diventa, allora, la capacità di investire delle Piccole e Medie Imprese. Stando a dati risalenti a maggio 2017, raccolti in occasione della Fiera dell’Automazione Sps Ipc Drivers, su un campione di 500 Pmi contattate, solo il 5% si è detto non interessato alle agevolazioni previste dal Piano, il 40% si è dichiarato interessato e si sta organizzato internamente, il 55% ha espresso il proprio interesse ma non ha ancora definito una linea d’azione. Dati che vanno nella stessa direzione indicata da una moltitudine di indagini e report prodotti da associazioni di categoria, istituti di statistica e simili. Super e iper ammortamento hanno, quindi, suscitato l’attenzione di molte imprese.
Per estenderne ulteriormente l’interesse, e soprattutto per orientarne le scelte, occorre aumentare il livello di consapevolezza, convincendo gli scettici che avviarsi sulla strada dell’Industria 4.0 è necessario e urgente. Le associazioni di categoria stanno certamente lavorando su questo aspetto e proprio dati Assilea, seppure non riferiti specificamente alle Pmi e relativi al ricorso al leasing, dicono qualcosa in proposito. Ne ricordo qualcuno. Crescita dei volumi del leasing strumentale a gennaio – febbraio 2017 intorno al 10%, con importi saliti quasi del 6%. Aumento da ascrivere soprattutto ai beni sotto i 50mila euro ma con segnali positivi per quelli superiori. Sempre nel primo bimestre, il controvalore dei beni contrattualizzati con leasing strumentale finanziario è stato di 800 milioni in 12.500 operazioni, con crescite rispettivamente di 3,4% e 8,6%.
Sono dati positivi perché segnalano la volontà da parte degli imprenditori di rinnovare gli asset produttivi, la cui età media, in Italia, è la più elevata d’Europa: quasi 13 anni contro una media EU inferiore ai 6.
Al di là dell’apprezzamento per gli incentivi, molto resta da fare in ambiti cruciali per lo sviluppo di un’Industria 4.0 in Italia. A partire dalla formazione nelle aziende, nelle scuole e nelle università. Avere, come abbiamo, solo il 26% di laureati, tra il 10 e il 15% in meno rispetto ai Paesi del nord Europa, non aiuta. Ancora, bisogna lavorare su uno dei freni maggiori che agiscono sulle imprese, in particolare Pmi, e, direi, sulla vita degli italiani in generale: la burocrazia. La semplificazione burocratica è fondamentale per dare competitività alle aziende. Occorre poi migliorare una connettività con banda ultralarga per la trasmissione delle informazioni, soprattutto, ma non esclusivamente, per collegare distretti industriali che ne sono privi e “zone grigie” del Paese in cui si trova il 65% delle aziende. Infine serve un cambio di mentalità negli imprenditori, e in questo sì il modello tedesco potrebbe essere un esempio. Chi fa impresa deve incominciare a vedere nei propri competitor non solo degli avversari con cui misurarsi sul mercato ma anche dei portatori di interessi comuni e dei detentori di esperienze con cui instaurare un dialogo produttivo. Anche in questo è evidente che le associazioni di categoria possono svolgere un ruolo importante.

Fatta salva ogni garanzia prevista dalla legge per gli indagati e ricordato il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, i fatti di Lonate Pozzolo illustrati dagli inquirenti suscitano almeno due riflessioni, una di livello locale e una seconda più generale. La prima: gli arresti e gli obblighi di firma provocano una pesante battuta d’arresto per l’azione amministrativa in due comuni, Gallarate e, appunto, Lonate Pozzolo. E’ però evidente come sia necessario allargare lo sguardo all’intero territorio e interrogarsi sul modus operandi nel gestire la cosa pubblica. Soprattutto in una zona come la nostra, caratterizzata da notevoli interessi in campo Abuso-edilizio-quando-si-prescrive-370x230immobiliare, e in un settore come quello dell’Urbanistica – Programmazione territoriale, vulnerabile rispetto a reati quali corruzione e concussione. Proprio per questo, e sono alla considerazione complessiva, credo che una buona amministrazione, a ogni livello, debba sapere andare oltre gli obblighi di legge  e che, specie su terreni delicati come il conflitto d’interesse, sia chiamata a rispondere a criteri etici e morali, magari dotandosi di nuovi strumenti normativi e di controllo. Al di là dei casi specifici, sui quali confido che la Giustizia farà luce in tempi ragionevoli, è importante che la politica e i rappresentanti delle istituzioni si chiedano come prevenire con sempre maggiore efficacia i reati contro la pubblica amministrazione.

Arriviamo oggi alla votazione finale di un provvedimento che tratta un argomento posto in agenda dalla Commissione Attività Produttive già all’inizio di Ottobre 2015, prima della proposta del Governo dello scorso anno, proprio a significare la consapevolezza da parte del Parlamento della necessità di una revisione complessiva e condivisa delle procedure di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza.
La legge delega contiene alcuni principi che pongono ordine alla stratificazione normativa che a far tempo dal 1979, si è via via accumulata nella nostra legislazione, dalla legge d270 del 1999, alla legge 39 del 2004, all’intervento del decreto legge 134 del 2008 ai successivi decreti degli ultimi anni.
Una stratificazione che si era resa necessaria dalle condizioni mutate e particolari di più casi di crisi d’impresa che non trovavano nelle norme in vigore completa e piena possibilità di esplicare la propria funzione.
Lo stralcio dell’amministrazione straordinaria dal disegno di legge delega per la riforma delle discipline di crisi di impresa e dell’insolvenza, ha permesso un camera_deputatiapprofondimento e una serie di revisioni da parte della commissione referente che hanno, a nostro avviso, meglio precisato i contorni delle norme di delega in approvazione al fine di rendere precisa e puntuale e quindi concretamente efficace l’intervento di revisione delle procedure con intenzioni conservative del patrimonio produttivo, collegata a precisi parametri e presupposti legati allo stato di insolvenza, al contorno dimensionale dell’azienda ed al numero di dipendenti.
Già dalla precisazione dell’oggetto della delega stessa, contenuta nell’articolo 1, si evidenzia come l’obiettivoda realizzare sia la massima tutela delle capacità produttive delle grandi aziende al fine di garantire l’occupazione sia diretta che indiretta in particolare delle piccole e medie imprese creditrici, spesso incapaci di sopravvivere alle difficoltà della grande azienda cliente.
Il testo si inserisce nel quadro normativo europeo in accordo con i recenti regolamenti e la raccomandazione del 2014 che invita a d istituire un quadro giuridico che sia chiaramente orientato ad incoraggiare una ristrutturazione efficace delle imprese in difficoltà ma che conservano potenzialità di ripresa e di sviluppo.
Ritengo importante sottolineare alcuni aspetti ed alcune variazioni apportate al testo base in sede referente perché, a mio avviso danno plasticamente la cifra dello volontà di operare per la salvaguardia della continuità aziendale in primo luogo accelerando i tempi delle decisioni, valorizzando la funzione del Ministero della Sviluppo Economico ed identificando nelle sezioni specializzate d’impresa presso le Corti d’appello l’autorità giudiziaria preposta al controllo del procedimento per offrire una strada direi preferenziale per garantire la massima celerità nell’affrontare la crisi aziendale in atto.
Oggi più che mai la tempistica non è una variabile indipendente rispetto alla possibilità di ripresa di aziende in difficoltà, anzi il fattore tempo risulta determinante nella buona risuscita della azione di salvataggio. Un mondo in continua mutazione interconnesso rapido nelle decisioni, sempre aperto ed attivo richiede risposte celeri e veloci che molte volte si scontrano con regole burocratiche pensate per altre realtà ed altre epoche.
Così come di rilievo è la definizione di un albo dei commissari straordinari per l’ammissione delle grandi imprese in stato di insolvenza per garantire alti livelli di trasparenza di procedure e decisioni.
I soggetti inseriti nell’albo dovranno possedere requisiti stringenti di indipendenza, professionalità ed onorabilità, dovranno essere liberi da qualsiasi conflitto di interessi e non potranno, salvo casi specifici, eccezionali e motivati, essere nominati da parte del Mise per seguire più imprese in amministrazione straordinaria.
Per quanto attiene ai compensi dei commissari, verranno introdotti parametri e criteri oggettivi legati all’efficacia ed all’efficienza del lavoro svolto oltre che alle dimensioni dell’impresa amministrata.
Viene definita in maniera compiuta e precisa la cosiddetta procedura accelerata per grandi-aziendele società quotate di rilevanti dimensioni, sulla scorta delle finalità della “legge Marzano”dando compito diretto al Ministero dello Sviluppo Economico di disporre direttamente in via provvisoria l’ammissione all’amministrazione straordinaria con la nomina del commissario straordinario a cui seguirà comunque la conferma o la revoca da parte del tribunale. Anche in questo caso, la scelta è improntata ad accrescere il livello di trasparenza piuttosto che lasciare alla decretazione d’urgenza la disciplina per tamponare le emergenze come avvenuto in casi più o meno recenti.
Così come il requisito dimensionale relativo al concetto di grande impressa non viene più ancorato ai soli occupati bensì riferito alla media del volume d’affari degli ultimi tre esercizi.
Inoltre vengono meglio indicati principi e criteri direttivi per quanto riguarda il Comitato di sorveglianza, di cui fanno parte, oltre ai membri nominati dal mise, anche i creditori nominati dal tribunale, la cui funzione è quella di vigilanza sull’attuazione del programma esulle effettive prospettive di risanamento e recupero economico e le modalità di intervento del tribunale sulla sospensione o risoluzione dei contratti pendenti ed il pagamento dei crediti pregressi.
Siamo anche certi, che grazie all’impegno del Governo espresso in maniera chiara e decisa dal Sottosegretario Bellanova, si possa risolvere, in fase di attuazione della delega, la questione aperta della estensione della tutela dei lavoratori coinvolti dalla apertura della procedura fino all’esecuzione del piano predisposto dal commissario.
Tre parole per identificare il provvedimento: celerità, trasparenza, salvaguardia.
E’ un provvedimento che non può essere derubricato a semplice definizione di procedimenti amministrativi, ma è una potente leva di politica industriale in una epoca, quella attuale, di grandi trasformazioni, di innovazioni produttive e di processi, di novità nelle modalità di lavoro, di cambiamenti ed evoluzioni nei parametri di valutazione energetici ed ambientali; in questo scenario così poco decifrabile e prevedibile, uno strumento capace di salvaguardare lavoro e produzione delle grandi imprese strategiche è un punto importante nel processo complessivo e generale di revisione delle procedure concorsuali e parte di quella opera di aggiornamento legislativo, di semplificazione e di responsabilizzazione che i governi degli ultimi tre anni hanno perseguito con forza.
Viene proposta oggi una risposta chiara e certa, semplificata ed idonea, a sostegno di passaggi difficili e complicatie, a nome del Partito Democratico, annuncio il sostegno ed il voto favorevole al provvedimento.

L’attenzione sulle poste da parte dei deputati lombardi del Partito Democratico resta alta. Dopo un’interrogazione al ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, volta a verificare il rispetto del contratto di servizio, e un incontro con rappresentanti di Poste Italiane alla Camera, a fine gennaio, gli onorevoli Angelo Senaldi (provincia di Varese), Gian Mario Fragomeli (provincia di Lecco) e Alfredo Bazoli (provincia di Brescia) hanno visitato nel pomeriggio di oggi, 10 marzo, il centro di smistamento di Roserio, che ogni giorno tratta 200 tonnellate di PTcorrispondenza per il territorio della Lombardia nord occidentale e parte del Piemonte. Lì hanno incontrato il responsabile regionale dell’area logistica, Fabrizio Petricca, e il responsabile del centro, Simone Maggio. L’iniziativa nasce dalle numerose segnalazioni effettuate da utenti, sindaci e organi di stampa sulla consegna della posta ben oltre le tempistiche indicate dal contratto di programma. I ritardi si susseguono da almeno 2 anni in diverse zone del Paese, inclusa la Provincia di Varese, e spesso causano danni economici a cittadini e imprese per la mancata ricezione entro le scadenze previste di bollette, avvisi di pagamento, solleciti e simili, con conseguente scatto di  interessi di mora. «Come già avvenuto a Roma – tira le somme Senaldi – i responsabili di Poste Italiane hanno ammesso i problemi riscontrati soprattutto nel periodo natalizio. Stando alla loro ricostruzione, criticità verificatesi nel centro di Peschiera Borromeo, competente per altre zone, hanno provocato effetti deleteri anche per Roserio, chiamato a intervenire allo scopo di ridurre il problema». Al momento la consegna della corrispondenza risulta normalizzata, anche se non si esclude qualche ulteriore strascico. Conferme in tal senso arrivano dai tavoli provinciali attivati per monitorare la situazione. «I referenti di Poste Italiane – conclude Senaldi – ci hanno spiegato di avere assunto nuovi portalettere, anche a tempo determinato. Questo tipo di contrattualizzazione, tra il 7 e l’8% del totale, serve a fronteggiare i picchi di lavoro in determinati periodi dell’anno. Per quanto riguarda Roserio, hanno anche annunciato l’imminente attivazione di un sistema per i plichi che quintuplicherà le attuali potenzialità operative in questo ambito, con benefici effetti sugli altri. Infine ci hanno invitato a visitare il centro di Lonate Pozzolo, dove il trattamento dei pacchi provenienti dall’estero è all’avanguardia. Naturalmente proseguiremo questo percorso conoscitivo, seguendo gli sviluppi della situazione e facendo tempestivamente da tramite tra cittadinanza e Poste Italiane nel caso si verificassero ulteriori disagi».

Zone Economiche Speciali: aree in cui vengono adottate normative finanziarie, economiche e soprattutto fiscali favorevoli alle aziende. Il loro obiettivo è attrarre investitori. Alcune forze politiche nella nostra Regione interpretano le ZES come un mezzo per evitare che le attività situate nei pressi del confine si trasferiscano in Svizzera allo scopo di sfruttare migliori condizioni fiscali. Se ne è riparlato giorni fa alla Camera durante l’approvazione del Decreto legge relativo a interventi urgenti per la coesione sociale e territoriale, con particolare riferimento a situazioni critiche nel Mezzogiorno.

La realtà è che intorno alle ZES non mancano confusione e divisioni. Intanto vengono chieste soprattutto per il meridione, perché di solito vengono considerate utili alle aree depresse per colmarne i gap imprenditoriali. Circola anche una proposta di legge che le vorrebbe istituire nelle zone terremotate.

Dalle nostre parti, una proposta di legge di Regione Lombardia guarda ad una striscia larga 20 km che corre lungo il confine con la Svizzera nelle province di ZesVarese, Como e Lecco, sulla quale si trovano oltre 76mila imprese. Un’enormità, soprattutto se si considera che di solito una ZES è piuttosto circoscritta e che, istituita una zona simile, per coerenza andrebbe estesa a tutte le aree di confine! Non solo, sul territorio italiano scatterebbe una concorrenza spietata per le imprese che si trovano a poca distanza dalla ZES. Da noi parliamo delle aziende situate in Comuni a forte densità imprenditoriale come Busto, Gallarate o Saronno.

Ad oggi non si sono ancora chiesti l’incardinamento e l’inizio dell’analisi della proposta di legge nella Commissione Finanze, ma fin d’ora c’è da chiedersi dove trovare le coperture: 800 milioni di euro per il primo anno, 1,2 miliardi a regime. Parliamo solo dell’ipotetica ZES lombarda, non del complesso delle ZES eventualmente attivabili in Italia.

Infine l’Europa. Il Ministro per la Coesione Territoriale Claudio De Vincenti, nella discussione sul decreto citato all’inizio, ha fatto presente che lì bisogna necessariamente portare la proposta e difficilmente l’EU, in base alle regole sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato, darebbe il suo benestare. Il Ministro ha però espresso la disponibilità a considerare anche altre situazioni, comprese aree collocate nel nord del Paese. Più precisamente è stata espressa  la volontà di “accelerare con il massimo impegno l'interlocuzione con la Commissione europea, finalizzata a definire procedure e risorse per la concreta realizzazione delle Zone Economiche Speciali, senza alcun vincolo territoriale”, dunque senza discriminazioni tra nord e sud.

A mio avviso dobbiamo superare gli opportunismi tattici e le polemiche politiche per consolidare un percorso che ci permetta di sottoporre una proposta realistica e credibile al Governo. Sono le associazioni di categoria, con il coordinamento della Camera di Commercio e in dialogo con i rappresentanti delle istituzioni e della politica, a dover fare tutte le valutazioni del caso. Un tavolo tecnico avrebbe il compito di individuare aree circoscritte nelle quali l’attivazione di ZES possa portare giovamento alle imprese senza innescare dinamiche di concorrenza sleale, peraltro su vasta scala.

Credo che la riproposizione del Tavolo per la competitività e lo sviluppo già sperimentato dalla Camera di Commercio su altre tematiche possa essere il luogo idoneo per un approfondimento serio ed efficace, dove valutare l’effettiva necessità Malpensa_Airport_aerial_viewdi ZES e confrontare le diverse visoni delle associazioni.

Il criterio per dare una forma a queste aree deve passare da geografico (la striscia dei 20 chilometri) a economico (l’analisi dei contesti produttivi e imprenditoriali). Così facendo, il tavolo tecnico sarebbe in grado di portare nelle Commissioni parlamentari e sulle scrivanie dei Ministeri, a partire da quella del Ministro per la Coesione Territoriale, una proposta realistica e sostenibile anche di fronte alle istituzioni europee. In questo senso, l’idea di una Zona Economica Speciale non solo per aree di confine ma anche per zone intorno all’aeroporto di Malpensa potrebbe avere basi ben più solide rispetto ad altre ipotesi.

Una normativa agile, cucita sulle necessità della sharing economy e sull’impatto che spesso genera sulle attività economiche tradizionali. Si potrebbe riassumere in questi termini la Disciplina dell’attività di ristorazione in abitazione privata passata ieri, 16 gennaio,alla Camera, per la quale sono stato relatore ed estensore del testo unico. Per la prima volta si mette ordine in un settore dell’economia di condivisione, ponendo la giusta attenzione a non soffocarne le prospettive.

La ristorazione in case private è una parte piccola ma in crescita della sharing cenaeconomy, deve quindi essere regolata per evitare forme di concorrenza sleale rispetto ai ristoratori professionali. Allo stesso tempo, paletti troppo rigidi finirebbero col tarpare le ali a questo tipo di iniziativa. Sono state introdotte, inoltre, precise tutele per i consumatori.

La legge prende in considerazione lo strumento che mette in contatto i fruitori degli home restaurant e gli operatori (i cuochi, rigorosamente non professionali), cioè le piattaforme digitali. I gestori dovranno conservare ed eventualmente trasmettere agli organi di controllo competenti le informazioni relative agli utenti, comunque nel rispetto della normativa sulla privacy. I pagamenti, da effettuarsi solo con modalità elettronica, dovranno essere  tracciabili. I gestori dovranno anche verificare che i cuochi abbiano i requisiti per esercitare l’attività e che operatori e abitazioni abbiano adeguata copertura assicurativa.

L’articolo 4 stabilisce i limiti dell’attività: non più di 500 coperti e non oltre 5.000 euro di introiti ogni anno. Il tetto pone una netta distinzione  fra la ristorazione Tavola apparecchiatatradizionale a carattere professionale e quella più amatoriale degli home restaurant. Prevede poi l’obbligo di rispettare le leggi vigenti sull’igiene e sulla conservazione dei prodotti alimentari, oltre che di provvedere attraverso la piattaforma digitale ad inviare al comune comunicazione dell’attività. Gli immobili dovranno presentare i requisiti standard delle unità abitative a uso residenziale.

E’ stato previsto il divieto di fare ristorazione in abitazioni dove si svolgono attività turistico ricettive in forma non imprenditoriale,come i bed & breakfast, mentre è esclusa la necessità di provvedere al cambio di destinazione d’uso.

La legge introduce poche e sensate regole per disciplinare un settore finora privo di punti di riferimento, esposto ai rischi derivanti dall’improvvisazione e guardato con sospetto dai ristoratori professionali. L’approvazione è un primo passo per addentrarsi in un terreno molto più ampio, quello della sharing economy appunto,destinato a una crescita impetuosa (secondo alcuni studi il volume d’affari in Europa sarà 20 volte quello attuale nel 2025) e sul quale la Commissione Attività Produttive della Camera è già al lavoro.

Il risultato del referendum sulla Riforma Costituzionale non è quello che speravo e per il quale mi sono impegnato, fra le altre cose, in una trentina di incontri pubblici, tra eventi della campagna Basta un sì e confronti con i sostenitori del No.

Ciò premesso, devo sottolineare che gli Italiani si sono espressi in modo democratico e chiaro. Con la sola eccezione di quelli datati 2011, era dal 1995 che i referendum non registravano affluenze significative, in qualche caso ci si è fermati sotto la soglia del 25%. Dati che si sono accompagnati a un astensionismo crescente anche in occasione delle elezioni e che testimoniavano il distacco dei cittadini verso la politica e i temi di pubblico interesse. Per questo la partecipazione alla votazione del 4 dicembre rappresenta di per sé un elemento positivo. E’ però presto per dire se si tratti del risveglio di un interesse che può fare bene all’Italia o se sia stato un semplice fuoco di paglia.referendum-scheda

Guardando alle conseguenze del risultato, temo che l’occasione per rendere la seconda parte della nostra Costituzione adatta ai tempi non possa ripresentarsi tanto presto. Non appartengo alla schiera di coloro che pronosticano uno stallo destinato a protrarsi per 20 o 30 anni ma se penso all’imminente futuro (a partire dalla necessità di mettere mano alla legge elettorale e alla probabile fragilità delle prossime maggioranze parlamentari dovuta all’equilibrio tra le forze in campo) trovo verosimile che non si torni a parlare di Riforma Costituzionale se non tra un decennio circa.

Personalmente in questi mesi ho sempre cercato di concentrarmi sul merito della Riforma. Ora che il No ha prevalso, però, non posso fare a meno di tornare sullo schieramento che lo ha sostenuto. La sua nota ed evidente eterogeneità rende pressoché impossibile l’impostazione di una Riforma alternativa più condivisa o migliore rispetto a quella appena bocciata. Senza contare che la vittoria del No sarà un forte deterrente per qualunque realtà politica che pensi a una modifica costituzionale.

Nonostante la delusione per il risultato, del resto, non sono dispiaciuto per il fatto che la Riforma sia stata sottoposta a referendum, passaggio peraltro reso obbligatorio da due distinte iniziative scattate all’indomani della seconda approvazione alla Camera. Se, infatti, i dibattiti in tv e in rete non hanno riservato sorprese, con toni accesi e bufale a profusione, i confronti sul territorio sono stati molto partecipati e, di solito, fondati sui contenuti. Il livello del dibattito politico nazionale, magari esasperato da chi senza ritegno invita a votare con pancia e rabbia anziché non con la testa, porta a stupirsi per ciò che dovrebbe essere normale!

Il referendum lascia dunque qualcosa di positivo anche in chi ha sostenuto le ragioni del sì: i cittadini hanno ricominciato a confrontarsi con interesse e passione. Per mesi si sono incontrati e hanno discusso del futuro del Paese, del loro futuro, ascoltando e documentandosi. La battaglia contro l’ideologia del vaffa, il populismo e l’antipolitica (nessuno la nomina più ma durante la campagna referendaria se ne è vista parecchia) passa anche da qui, dalla necessità di intercettare e capitalizzare un’attenzione da parte degli italiani che, dopo tanti segni di affaticamento, ha battuto un colpo.

 

Naturalmente il Partito Democratico ha il dovere di giocare questa partita, superando le recenti divisioni e facendo scelte chiare. Vuole (può) il Pd darsi un’identità votata alla modernizzazione e al cambiamento? Ha il coraggio di lavoropensare a ridisegnarsi come partito? E’ in grado di sviluppare con chiarezza un’analisi su se stesso, magari partendo dalla recente sconfitta? Perché una cosa dovrebbe essere chiara. Fuori dal Partito Democratico, i sostenitori del No festeggiano oggi e si faranno la guerra domani. Dentro il Partito Democratico, invece, alcuni possono essere soddisfatti per l’esito del referendum e altri sono delusi, ma la sconfitta non è stata solo del Pd di Renzi. La sconfitta è stata del Pd.

Con la vittoria del No, dunque, si è persa un’occasione per cambiare in meglio l’Italia ma, indipendentemente dall’esito del referendum, occorre trovare forze e strumenti per affrontare le prossime sfide, a partire da quelle per il rilancio dell’economia, del lavoro e della manifattura. Il bene futuro del Paese dipende comunque dall’azione del Partito Democratico.

 

Con la Legge di Bilancio 2016 il Governo presenta un piano da 13 miliardi di 3dincentivi fiscali per il 2017 a supporto dell’innovazione tecnologica in grado di trasformare le imprese italiane, anche e soprattutto PMI, in Industria 4.0. Se si allunga lo sguardo al prossimo triennio, il “capitolo 4.0” ammonta a oltre 20 miliardi. Tuttavia, stando al primo rapporto sull’impatto delle nuove tecnologie nel sistema manifatturiero italiano (Make in Italy – Prometeia) il 46% delle imprese non ritiene importante investire nell’internet delle cose cioè, in estrema sintesi, nelle reti di comunicazione tra strumenti e oggetti in grado di generare nuovi e più efficienti servizi, oltre che di modificare, rendendoli più efficaci, i processi produttivi. L’internet of things è solo una componente dell’Industria 4.0 ma è inevitabile che il risultato dell’indagine faccia suonare un campanello d’allarme.
L’Italia sta trovando con un certo ritardo, rispetto a nazioni come Germania, Francia, Stati Uniti o Giappone la sua strada verso l’industria 4.0. Ora, però, l’indagine conoscitiva sul tema condotta dalla Commissione Attività Produttive della Camera è stata utilizzata per la stesura della legge di bilancio, quindi il cammino è tracciato e occorre iniziare a percorrerlo il più rapidamente possibile.
In Provincia di Varese diverse associazioni di categoria hanno organizzato iniziative per informare i propri iscritti sulla natura della “Quarta rivoluzione industriale” e sulle ricadute in termini di competitività che questa potrà determinare. Anche università e scuole si stanno muovendo dal momento che l’evoluzione tecnologica in atto determinerà notevoli cambiamenti nei metodi produttivi, dunque formazionenella richiesta di figure tecnico – professionali nel mercato del lavoro, dunque nel ventaglio di percorsi formativi da proporre agli studenti. Bene fanno queste realtà a mobilitarsi. Altri territori della penisola si stanno attrezzando per affrontare il mutamento in corso e per intercettare gli incentivi, la provincia di Varese non può permettersi di farsi cogliere impreparata.
Si tratta, in sostanza, di rimettere il mondo delle imprese italiane sulla strada dell’innovazione. In una recente intervista al Sole 24 Ore, il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha dichiarato che con la crisi economica si è perso circa il 20% degli investimenti in questo capitolo. Il piano contenuto nella legge di bilancio può farne recuperare quasi la metà. Solo il super ammortamento (al 140% per beni strumentali) e l’iper ammortamento (al 250% per gli investimenti innovativi in campo tecnologico e digitale) “valgono” 11 miliardi. Meccatronica, robotica, sistemi RFID, sicurezza informatica, nanotecnologie, stampa 3d, internet of things e banda ultra larga sono alcuni dei principali ambiti per i quali sono previsti incentivi.
Ora la legge di bilancio deve passare attraverso il voto del Parlamento, che si auspica rapido, poi tutti dovranno fare la loro parte: università e centri di ricerca (per fornire nuove soluzioni alle imprese, incluse le start up innovative), scuole (per proporre nuovi percorsi formativi agli studenti), sindacati (per promuovere un puntuale aggiornamento dei lavoratori sull’uso delle nuove tecnologie) e naturalmente sistema produttivo. Per le associazioni di categoria la sfida sarà d’ora in poi quella di informare i propri iscritti con ancora maggiore sistematicità. Anche perché bisogna fare presto: super e iper ammortamento valgono per gli investimenti che saranno iniziati nel 2017 e si concluderanno entro giugno 2018. Il treno della quarta rivoluzione industriale sta partendo e le imprese della Provincia di Varese non devono perderlo.

 

Molto rumore per nulla, almeno si spera. Gli elettori ticinesi si sono legittimamente espressi per il sì sull’altrettanto legittimo quesito referendario sintetizzato nello slogan “prima i nostri”. Un esito che per i frontalieri non cambia nulla nell’immediato ma che secondo alcuni apre a discriminazioni verso i lavoratori italiani in futuro.frontalieri

Come sottolineato da più parti, però, il voto referendario espresso dai ticinesi non può in alcun modo mandare in soffitta gli accordi tra Confederazione Elvetica, Unione Europea e Stato Italiano (ricordo peraltro anche la mozione a tutela dei lavoratori oltreconfine approvata lo scorso 11 febbraio alla Camera). Non è un caso, dunque, che, a dispetto dell’entusiasmo manifestato per il voto dai conservatori elvetici, Berna si stia mostrando piuttosto prudente sull’argomento, stante, fra l’altro, la difficile conciliazione tra la volontà emersa dal referendum e le leggi federali.

 

C’è allora da interrogarsi sulla concretezza dell’intera iniziativa, sul suo effettivo peso politico e sul contesto nel quale tutto ciò è maturato. Intanto occorre rilevare che la vittoria del sì è stata netta ma anche che ha votato meno del 45 per cento degli aventi diritto. In secondo luogo bisogna ragionare sul tema dell’occupazione nelle zone interessate (impediamo agli stranieri, cioè agli italiani, di togliere lavoro alla gente del posto, questo in sintesi il principio sostenuto dai fautori del sì). Ebbene, la disoccupazione in Ticino si attesta su un modestissimo 3,1%, tasso lievemente inferiore alla media nazionale. Se i timori sul cosiddetto dumping salariale posso avere una qualche ragion d’essere, dunque, quelli sull’incremento della disoccupazione determinato dai frontalieri, allo stato, non hanno fondamento.

A questo punto sorgono 2 domande. La prima: perché tanti sì a un referendum che tradisce una visione falsata della realtà e che difficilmente potrà avere ricadute pratiche significative? Probabilmente i motivi vanno ricercati in un clima segnato da incertezze e paure, abilmente sfruttato da alcune realtà politiche, in Svizzera come altrove (peraltro anche alle nostre latitudini da qualche tempo si parla di referendum locali i cui esiti sarebbero ben difficili da mettere in pratica). Vanno poi ricordati, come riportano diverse cronache, i rapporti a tratti difficili tra Berna e Canton Ticino.

La seconda domanda riguarda invece i frontalieri italiani: perché lavorano in Svizzera? La risposta è perfino banale. Per ragioni economiche, certo, ma anche perché per preparazione e professionalità sono stati giudicati positivamente dalle imprese elvetiche, che anche grazie a loro hanno prodotto e producono ricchezza. Siamo lontani anni luce da un frontalierato esclusivamente dedito alla bassa manovalanza: parliamo di persone che spesso hanno una formazione solida, maturata nelle scuole e nelle università italiane.

L’attenzione della politica e dell’opinione pubblica, a questo punto, più che sui possibili effetti del referendum, che andranno comunque tenuti d’occhio, dovrebbe spostarsi sul clima pesante che questi lavoratori vivono da anni. “Prima i nostri” è uno slogan che piace anche al di qua del confine ma, partendo da una lettura forzata della realtà, tende a fare dimenticare che oggi una collaborazione ben regolata è necessaria e utile. Al di là della sorveglianza che le istituzioni dovranno esercitare su questi temi (senza la libera circolazione delle persone i rapporti tra la Svizzera e l’Ue sono a rischio, queste le parole del ministro degli Esteri Gentiloni)  e delle misure che andranno eventualmente prese , la sfida di una politica responsabile sarà anche di ordine culturale: sconfiggere una retorica della chiusura che appaga determinati istinti ma non offre soluzioni realmente efficaci.